ARTE- INTERVISTA. Mi manda papà Salvador #1

Se l’epiteto di “Figlio d’arte” avesse un volto probabilmente quel volto sarebbe il suo. Provate infatti a trovare un figlio d’arte più “d’arte” di lui: suo padre era il più grande artista di tutti i tempi e lui, per vivere d’arte, decise anni fa di liberarsi del suo ingombrante cognome per non suscitare curisoità, antipatie, giudizi preconcetti e paragoni ingombranti. Il suo nome? José. Il Cognome? Van Roy, ma anche Dalì.

Simpatico, guascone, italiano d’adozione e di indole. La sua vita sembra proprio materiale per un romanzo. Non gli piace la politica ma va matto per le imitazioni e gli scherzi. Tra una battuta ed un ricordo, ne vien fuori il ritratto di un uomo istrionico ma autentico, innamorato dell’arte e della vita. Odia l’etichetta di “Artista” e non gli vanno tanto a genio quelli che si professano tali senza averne neanche lontanamente lo spessore morale e umano.

Salve José.

Salve.

La mia prima domanda glie l’avranno fatta mille volte. Quanto ha pesato nella sua vita e nella sua formazione artistica essere il figlio di Salvador Dalì?

Non ero pronto a questa domanda [ride di gusto]. Beh, se parliamo dell’infanzia, ovviamente a quei tempi non avvertivo minimamente la competizione. Loro erano i miei genitori e quando stavo con loro sentivo quell’atmosfera familiare che è giusto che un bambino qualsiasi senta. Qualche anno più tardi, invece, ho realizzato che se avessi voluto guadagnarmi un po’ di stima da parte del pubblico, avrei dovuto lavorare anche più degli altri. Appena viene fuori il mio cognome non è sempre facile arginare l’impatto della gente, ma fortunatamente questa cosa non l’ho mai vissuta come un handicap ma come uno stimolo utile per migliorarmi. Sono perfettamente consapevole che non sono e non sarò mai bravo come mio padre. Sarei uno sciocco se pensassi il contrario.

Fermo restando suo padre, quali sono gli artisti che l’hanno maggiormente influenzata? E cosa pensa dell’arte di oggi e della sua convergenza con le nuove tecnologie?

Tanto per cominciare non parlerei di arte. Per me è divertimento, è uno spasso. E’ tutto ciò che mi dà emozione. Dipingo, creo, espongo da anni per passione, ma non mi ritengo un artista. I miei archetipi sono Leonardo, Donatello, Michelangelo. Non so dove trovi il coraggio certa gente di definirsi “artista” dopo di loro. Possiamo essere tutti “artisti”, ciascuno nella propria disciplina, ciascuno nel suo campo. Talvolta vedo cose imbarazzanti in giro. Molti credono che mettere una pietra lì e un’altra là sia “arte” [ride]. Un bambino di tre anni saprebbe senz’altro fare di meglio. I bambini vivono in pieno l’arte, incontaminati come sono da quella cattiveria che li cambierà per sempre in seguito. Io parlo di “arte” quando vedo qualcosa che mi emoziona o qualcosa che presuppone un ragionamento profondo. Se devo fare il nome di un artista moderno che stimo, dico il mio amico Gianni Godi. (continua…)

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