CINEMA. RECENSIONI. Il mio amico Eric (di K. Loach)

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Il plot di questa pellicola sembra ispirarsi a un romanzo di Nick Hornby e non solo perchè il calcio è una delle più grandi passioni dello scrittore inglese ( “Febbre a 90°”…serve altro?).

Non c’è romanzo di Hornby che non menzioni anche solo marginalmente il soccer o lo sport in genere.
Ricordo un romanzo (credo si chiamasse “Tutto per una ragazza”, anzi ne sono sicuro:-)), dove il giovane protagonista parlava sempre con il poster del suo idolo Tony Hawk per trovare conforto e forza. E’ quello che fa in questo film Eric, il protagonista. Certo, siamo su due piani diversi e non solo perchè si è passati dallo skateboard al pallone. Nel romanzo di Hornby siamo in piena crisi adolescenziale, qui invece il fan ha già scritto buona parte della propria esistenza e con risultati poco edificanti, per giunta. Ciò che li lega è il contesto sociale rappresentato da quella low/ middle class inglese, tanto cara al regista Ken Loach (Bread and Roses).

Per la prima volta il calcio non viene raccontato solo dal punto di vista inflazionato e burrascoso dei più facinorosi ed esce pure dai canoni documentaristici scelti, ad esempio, da Kusturica. La violenza per la prima volta non c’entra, vivaddio! Il fan non picchia (se non nei canoni della commedia), non stupra, non degenera (“The Fan”, con De Niro e W. Snipes) ma si nutre semplicemente della propria passione per riscrivere la sua storia fatta di delusioni e sconfitte. Eric rinasce dalle proprie ceneri grazie alla materializzazione del suo mito, alter ego/ alter Eric, incarnato dall’ex stella del Man Utd, Cantona.

Lontani dal prototipo inflazionato del calciatore mercenario e macchina da soldi di cui si nutre il calcio moderno e una certa cronaca rosa, si torna ad una figura epica, classica di sport e di atleta. Lo sportivo è cristallizzato nella sua fase ascendente e rappresenta perciò tutte le virtù che sono proprie della classe proletaria, di cui Loach è da sempre un raffinato cantore.

Il calcio come elemento aggregante non era un terreno facile da percorrere. I precedenti tentativi di legare il calcio al genere della commedia sociale, avevano sempre prodotto risultati discutibili (Sognando Beckham), ma, a conti fatti, Ken Loach è riuscito nell’impresa. Sdoganando le tante virtù dello sport più amato e discusso, Loach riporta il calcio alle sue origini, conferendogli quell’aura di magia che si era ormai persa nella notte dei tempi. Il pallone torna ad essere non solo patrimonio della strada e della sua gente, ma va a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella Lotta di classe, accanto al pane e alle rose. Significativo in questo senso si rivela il momento in cui Cantona spiega ad Eric il gesto sportivo a cui resta più legato nella sua carriera. “Non è un gol. E’ un passaggio.”

Grazie alle lunghe chiacchierate private con Cantona, all’aiuto degli amici e della sua famiglia apparentemente disgregata, il più afflitto e penoso lavoratore medio inglese si trasforma pian piano in un working class hero, superando limiti e  paure, ma rimanendo sempre fedele a sè stesso. Il protagonista Eric imparerà dal suo idolo (sincero e sfrontato come solo i francesi sanno essere) a rispettarsi di più.

Il film si allontana dalle caricature e dai falsi miti per disegnare uno sport dipinto troppo spesso a tinte cupe e che necessitava di una lettura più rilassata ed originale.

Sullo sfondo, il bavero alzato di King Eric e la maglia rossa (un caso?) del Manchester United.

 

La vita è metafora del calcio

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