CINEMA. RECENSIONI. This must be the place (di P. Sorrentino)

Quando Cheyenne trascina stancamente il suo inseparabile trolley in un aeroporto, a qualcuno sarà venuta in mente la scena d’apertura de “Le conseguenze dell’amore”, uno dei film più riusciti di Paolo Sorrentino.

Paolo Sorrentino, regista di “This Must Be The Place”

“This must be the place” è tecnicamente ineccepibile. Le immagini, i colori, le musiche di David Byrne, sono favolose e conferiscono a tutto l’impianto quel non so che di Sam Mendes che, diciamolo, ci rende anche orgogliosi del “nostro” regista. C’è tutto il cinema di Sorrentino, ma anche la calma apparente, dolente e un po’ patinata delle migliori produzioni recenti a stelle e strisce.

La regia è pulita, mai banale e dimostra, ancora una volta, quanto i nostri migliori registi debbano necessariamente bussare alla porta dei volti cinematografici americani più noti per esprimere al mondo la loro arte. L’incontro tra Penn e Sorrentino è datato 2008. Penn, all’epoca era presidente di Giuria del Festival di Cannes, mentre Sorrentino presentava tra gli applausi il suo capolavoro: il Divo. La star americana rimase talmente impressionata da quel film che tra i due scattò la scintilla artistica e da lì l’idea di fare qualcosa assieme.
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Cheyenne sembra avere la cifra emozionale di un personaggio dei film di Tim Burton. Triste, solo nella sua reggia dorata, l’andatura dinoccolata, il look dark ,  il carattere eccentrico, lunare, buffo, come ibernato nella fase adolescenziale e nello scontro insanabile con un padre che adesso, dopo 30 anni, vorrebbe disperatamente vedere. Una scena ambientata al supermercato, con due ragazze che ridono alle sue spalle e lui che si fa vendetta sul cartone del latte, sembra quasi un omaggio a “Edward mani di forbice”.

Ad una regia così puntuale e sofisticata, corrisponde una storia che ruota però in maniera pressochè totale attorno a Cheyenne: ex rockstar cinquantenne che è Robert Smith dei Cure anche nel cognome (John Smith). Il film parla del suo dolore, della sua solitudine, del suo fido trolley che sembra contenere un burrascoso passato fatto di sbagli, immaturità e eroina. Del suo odio per il fumo, dei suoi rancori e persino delle sue bibite preferite, sorseggiate rigorosamente con la cannuccia. Tutto dettagliato, tutto finemente caratterizzato.

C’è, però, poco spazio per tutto il resto e questo, alla lunga, può far storcere il naso a qualcuno.

I limiti di questo lavoro di Sorrentino, se di limiti si può parlare, vanno ricercati nella storia nuda e cruda. Non perchè essa non sia originale, perchè lo è. Non perchè sia banale, perchè riesce a stupire, talvolta, solo con i colori e con la bizzarrìa di alcune situazioni. E’ che tutto sembra partorito dalla mente di Cheyenne e scandito dalle sue risatine (per la verità irresistibili), come se il personaggio non fosse già mastodontico di per sè: ogni accenno di storia, di nazismo, di macchine che vanno in fiamme da sole, di autostoppisti indiani senza una meta precisa, di bisonti abnormi alla finestra. E questa sensazione non ci abbandona fino alla fine, tanto da lasciarci supporre (senza dircelo esplicitamente) che persino la sua amica Mary (interpretata dalla figlia di Bono Vox degli U2) sia in realtà sua figlia.

Quando Cheyenne si mette sulle tracce dell’aguzzino nazista di suo padre, la storia assume i contorni del road movie che condurrà alla non-risposta attesa da una vita e alla svolta, sulle note di “The passenger” di Iggy Pop. Perchè quando non sembra esserci una meta precisa, deve essere dentro di noi il posto che stiamo cercando.


Paolo Sorrentino goes to Hollywood!
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Donne, è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio!!!

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