CINEMA. IL PRINCIPE DEL DESERTO, di J.J. Annaud

L’ultimo film di Jean Jacques Annaud è il riadattamento del romanzo del 1957 “Il paese dalle ombre corte” dello svizzero Hans Ruesch.

IL PATTO DEI SULTANI- La vicenda è ambientata in Medioriente all’inizio del ventesimo secolo e si apre con un armistizio tra due sultani che hanno appena terminato un conflitto. Il vincitore Nesib, l’emiro di Hobeika (Antonio Banderas), detta la condizioni di pace al suo rivale Amar, il sultano di Salmah (Mark Strong). Come da tradizione, quest’ultimo deve offrire a Nesib i suoi due figli maschi, a garanzia del trattato di pace. I due ragazzini, Saleeh e Auda, devono essere adottati dall’emiro di Hobeika e nessuno potrà più reclamare i diritti della cosiddetta Striscia Gialla, una lingua di deserto tra Hobeika e Salmah. Quindici anni dopo, una serie di eventi stravolgono la vita di questi personaggi, e così Auda sarà così costretto a togliere i panni di timido bibliotecario per scoprirsi leader carismatico e capopopolo.

Il regista Jean Jacques Annaud all’uscita del cinema Barberini dopo l’anteprima stampa del film

TITOLO ORIG. “BLACK GOLD”- Guardando le immagini di Black Gold (titolo originale) è letteralmente impossibile non pensare al capolavoro del 1962 di David Lean “Lawrence d’Arabia”. A differenza di quella pellicola, però, qui è più forte l’atmosfera da “Mille e una notte”, sottolineata anche delle musiche di James Horner. La dignità, la tradizione e il coraggio, incarnate dalla maschera incorruttibile di Mark Strong contro l’avidità e il culto del progresso di Nasib/Banderas. La star latina più famosa di Hollywood qui veste i panni di un sultano così cinico da risultare addirittura simpatico in molte sue uscite. E poi c’è il giovane Auda (il bravo Tahar Rahim visto ne “Il Profeta”), stretto tra due figure paterne così agli antipodi, che si ritrova costretto a trovare la propria strada, sorretto solo dall’amore di Leyla, la bellissima Freida Pinto.

AZIONE!- Nonostante il film non vada annoverato tra le opere più “personali” di Annaud, la storia si lascia seguire per la forza di alcuni temi universali, trattati con un ritmo e un gusto per la narrazione che la avvicinano più al cinema di Hollywood che a quello d’autore, tanto caro al regista francese. Nel film c’è parecchia azione, abbondano scene di battaglia ed esplosioni, senza mai far ricorso alla CGI, di cui Annaud è da sempre un fermo detrattore. La sceneggiatura dell’olandese Menno Meyjes (“Il colore viola”, “L’impero del Sole”, “Indiana Jones e l’ultima crociata”) funziona bene ed è fedele al romanzo da cui il film è stato tratto. I personaggi sono ben caratterizzati anche grazie alla bravura degli attori, nonostante dei dialoghi non sempre originali. Buona la fotografia e le scenografie di Pierre Queffelean. Costumi, quelli sì, grandiosi.

Prendere una manciata di “Le mille e una notte”, aggiungere abbondanti dosi di “Lawrence d’Arabia” e mescolare bene con un pizzico di “A-Team”
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