CINEMA. RECENSIONE. Dreamland, la terra dei sogni

Visto che qualche pezzo mi è stato tagliato sul giornale di cinema per il quale collaboro, vi propongo qui sotto la mia  recensione integrale di “Dreamland: la terra dei sogni”.

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“Dreamland, la terra dei sogni è una storia (romantica e di formazione) a cavallo del tempo, per raccontare un classico viaggio di emigranti dal sud Italia nel primo dopoguerra verso la ‘mmerica”. Inizia così la sinossi della pellicola di Sandro Ravagnani, famoso per aver ideato, scritto, realizzato e condotto molti programmi radiotelevisivi come, tra gli altri, “Domenica In” con Corrado, “Tutti insieme alla radio” [Radio 2] e una miriade di trasmissioni sul circo.

Dopo aver visto “Dreamland” viene da chiedersi come mai questo signore, che nello spettacolo aveva trovato una sua onesta dimensione, abbia voluto lanciarsi nel cinema in questo modo. Questo dubbio, che ci crediate oppure no, affiora ancora prima delle immagini vere e proprie del film. Siamo agli sfavillanti e circensi titoli di testa e già si calca la mano in maniera anomala e pacchiana sui due protagonisti principali. Probabilmente, la presenza di Franco Columbu (unico Mister Olympia italiano della storia a cavallo tra anni ’70 e anni ’80 nonché amico fraterno di Schwarzenegger) e del più “bello d’Italia in USA” Ivano De Cristofaro, devono aver fatto gola ad un regista che di circhi se ne intende. Quei titoli da televendita già sembrano metterci in guardia.

E poi arriva il film.
Un film davvero troppo scadente per essere vero. Quanto di più scadente mi sia capitato di vedere nelle sale da… da quando le frequento, all’incirca. Ciò  che davvero lascia sbigottiti è il livello a dir poco amatoriale di tutto questo progetto che, negli intenti, si legge, “vuole essere una favola moderna in cui i personaggi incantano per i loro trascorsi e la loro umanità”. E ancora “vuole trasmettere valori positivi come quello dello sport e del sacrificio”.

Locandina del film. (comingsoon.it)

Un moderno Rocky, insomma, costretto a spostarsi dall’Italia agli Stati Uniti in tenera età per trovare la propria strada e (recita l’imbarazzante voce fuori campo di De Cristofaro nell’incipit) “…per dimostrare di non aver bisogno di nessuno”. Ma più che un eterno lottatore, questo James De Cristofaro è un eterno garzone di bottega che suscita antipatia, risate di scherno e anche un po’ di compassione per come si specchia in sé stesso senza una plausibile ragione. Uno che nella sua fase più dark e “pericolosa”, ruba i soldi a quelli del bar, poi non pago li batte a biliardo e poi si fa menare per aver guardato una ragazza. Più che Public Enemy nr.1, uno sfigato di paese. E tutto diventa, se possibile, ancora più grottesco quando si abbozza una dinamica padre-allenatore/figlio con Columbu . Due non-attori eretti e pompati a star improvvisate di un film senza senso.

Il guaio è che non basta una storia nazionalpopolare, una vecchia e stanchissima gloria del bodybuilding (Franco Columbu), un bellimbusto da Grande Fratello (De Cristofaro), qualche ripresa nella Gleason’s Gym di Brooklyn e un minuto di repertorio con Shwarzy in compagnia di Columbu per fare un film. Servono attori veri, serve un cast tecnico nutrito e competente. Ma soprattutto serve una storia credibile e che tu sappia perlomeno dove andare a parare. Servono idee, fondi e pazienza.

Il guaio è che qui non c’è niente di tutto ciò.
Il guaio è che qui non ci sono tracce di cinema. Il montaggio alternato funziona come nelle peggiori soap operas, tra dialoghi osceni, scene di combattimento e di allenamento ridicole, interminabili silenzi, movimenti di camera assenti e immagini sfumate a ogni piè sospinto. Il sonoro in presa diretta è odioso e spesso i rumori sommergono le voci e, per carità, forse è anche un bene vista la bruttezza assoluta dei dialoghi. Post-produzione, questa sconosciuta. E’ tutto talmente fuoriposto e low budget che, al confronto, una qualsiasi puntata di “Centovetrine” o di “Don Matteo” (o fate voi) vi apparirà immediatamente un capolavoro. Anche girando tra i vari filmati amatoriali di Youtube si trova di meglio.

Il guaio è che niente di questa pellicola ci suggerisce che siamo negli anni ’50, come la storia vorrebbe nè che siamo a Little Italy, come la storia vorrebbe ecc ecc.

Il guaio è che qui la recitazione degli attori (eccezion fatta per Tony Sperandeo e per un paio di amici del protagonista) supera di gran lunga quella linea di confine che separa qualcosa di sopportabile da qualcosa che invece non lo è. Insomma, l’effetto è talmente alienante e sgradevole che quasi ti viene da pensare che “No, non è possibile! E se si trattasse di avanguardie artistiche?” Ma più che un pensiero, si tratta di un riflesso incondizionato che dura non più di una infinitesimale frazione di secondo. Quando vi sarete accorti invece dell’amara realtà non vi resterà che farvene una ragione. A quel punto, si apriranno due strade davanti a voi. Una è quella di uscire dalla sala a gambe levate. L’altra, ma vale solo per chi ha il gusto dell’orrido come il sottoscritto, è quella di ridere a crepapelle come davanti al più bello dei film comici.

E’ quello che ho fatto dal minuto 10 alla fine del film. Ho riso di una risata amara ma incessante. E, sorprendentemente, mi sono pure divertito tantissimo. Questo film è pervaso da una comicità involontaria che rende il tutto irresistibile. Sono previsti anche dei sequel. Da evitare come la peste.

Voto: 0,001

Se è uno scherzo, non fa ridere. Vabbé, un pochino sì.

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Donne, è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio!!!

Un Commento

  1. Pingback: CINEMA. Lo Hobbit scemo « copyisteria

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