ARTE. COPYISTERIA intervista DARIO GAMBARIN

Psicologo, agricoltore, artista. Le tre anime di Dario GAMBARIN sono in realtà un tutt’uno organico alimentato dall’immaginazione. La sua visione del mondo e della realtà non può prescindere dalla terra e dal fare; la sua arte non contempla inutili solipsismi che alla lunga creano immobilismi. Figlio di un agricoltore veronese, Gambarin sale sul suo trattore e solca le terre del basso veronese per liberarsi del superfluo e risalire alle radici dell’arte e della vita. Agli antipodi della digitalizzazione dell’arte, quindi, c’è Dario: esempio più unico che raro di arte ecologica. Affascinato dalle politiche ambientaliste di Obama, Gambarin ha dedicato al Presidente USA quello che forse è la sua opera più famosa e in questi giorni è al lavoro su un nuovo lavoro ispirato a lui, a pochi giorni dalla rielezione presidenziale. Ultimamente, all’artista è stato concesso lo stand più interessante e curioso dell’EIMA di Bologna (Esposizione Internazionale di Macchine per l’Agricoltura).

SALVE DARIO. LEI TORNO’ DALLA GERMANIA, MOLLO’ IL PENNELLO E PRESE A DISEGNARE COL SUO ARATRO. CI RACCONTA COME E’ ANDATA?

Mi sono diplomato all’Accademia, erano vent’anni che facevo esposizioni. E’ stata quasi una sfida, neanche conoscevo le potenzialità della cosa. In Germania avevo visto questi lavori di Land Art e mi ero fatto spiegare come avveniva il tutto. In sostanza, stavano riproducendo “in grande” quello che precedentemente avevano concepito “in piccolo”. Io, invece, se prendo un trattore mi lascio guidare dall’immaginazione quando la terra è ancora scura. E’ tutta un’altra cosa. Sulla tela dipingo solo volti e sono un “neoespressionista astratto”. Salgo sul trattore e do vita alle mie performances quando è stato tolto il grano e il granturco. I miei lavori possono durare anche un pomeriggio. poche ore. L’immaginazione mi crea motivazioni forti.

VEDENDOLA ALL’OPERA, UNO SI CHIEDE: “MA COME FA, DA SOPRA UN TRATTORE, A VEDERE SE IL DISEGNO STA VENENDO BENE ?”

Dario Gambarin at work

Non lo so. La mia è una sorpresa. Tutto sta in questo gioco. Lasciarsi andare a quest’immaginazione. È una specie di terapia. La cosa più bella è vedere se quello che ho immaginato poi corrisponde con quello che ho fatto. Mentre giro col mio trattore sono in una specie di trance artistica: è come dirigere un’orchestra. Conosco molto bene i trattori, visto che mio padre era agricoltore. È una questione di manualità. Questa capacità di conoscere il senso dello spazio me la sono un po’ ritrovata.

DI RECENTE, BARACK OBAMA HA RIVINTO LE PRESIDENZIALI USA. POCHI ANNI FA, DOPO LA VISITA DI OBAMA IN ITALIA, LEI REALIZZO’ UN SUO FACCIONE SU UNA SUPERFICIE DI 27.000 METRI QUADRATI. LO FAREBBE ANCORA?

Quella performance mi ha fatto conoscere nel mondo: molte grandi testate straniere come il “San Francisco Chronicle” , il “New York Times” web e il “Daily News” ne hanno parlato con entusiasmo. Il filmato lo hanno preso poi anche alla BBC, alla CNN. Ha girato il mondo. Quel lavoro l’ho realizzata tornando da Bologna a casa dei miei. E’ stata una sfida. Alla fine ci sono voluti quasi tre ettari di terra, che per intenderci sono quasi tre campi da calcio. C’è un mio aforisma che recita: “Come l’aratro è fondamento di tutte le arti, così l’arte ritrova nell’aratro le sue fondamenta”.

CE LO SPIEGA?

Analizziamo l’aforisma in due parti…“Come l’aratro è fondamento di tutte le arti”…

L’ARATRO è stato inventato dagli assiri babilonesi circa ottomila anni fa nella zona mediorientale. L’aratro è lo strumento che ha reso le popolazioni stanziali. Da cacciatori, i popoli erano diventati “stanziali”. Grazie a questo strumento, le persone avevano cominciato a rimuovere la terra e a coltivare. Era una svolta epocale: significava poter produrre delle cose, farsi una provvista di cibo, guadagnare tempo. Non era più necessario muoversi sempre per andare a caccia. Ora c’era anche il frumento e questo significava avere più tempo per sé. Allora l’uomo iniziò ad avvertire l’urgenza di lasciare qualcosa di sé (prese a dipingere caverne, a lasciare segni di sé). Era nata l’arte.

E la seconda parte: “… così l’arte ritrova nell’aratro le sue fondamenta”

E’ una critica nei confronti dell’arte contemporanea. C’è un etica, un estetica. Se io, per capire un opera, devo spiegarmela e rispiegarmela, che senso ha? Che senso hanno citazioni su citazioni, su citazioni… Girando per l’Europa, a parte qualcosa, sono state davvero poche le cose che mi hanno colpito immediatamente. La mia impressione è che oggi si cerchi esclusivamente la provocazione nell’arte. Vedo sempre più arte criptica. L’aratro agisce esattamente al contrario, toglie, non aggiunge. E’ un “pulitore”. Sa come funziona un aratro? Glie lo spiego io: prende la terra e la butta sotto. L’arte è il mezzo elettivo di sintesi di significati. James Hillman diceva che i “fondamenti della nostra mente non sono né ideologici né biologici né linguistici, ma poetici”. Costruire significati in un’esistenza oggi è molto difficile in mezzo ai linguaggi pubblicitari ecc… Le strutture primarie sono artistiche, visive musicali. Bisognerebbe educare le persone ad usare un linguaggio preverbale (musica, arti visive). 

COME SCEGLIE I SUOI SOGGETTI?

Li scelgo io. Quando ho un’idea, magari ne parlo con qualcuno ma l’ultima decisione spetta sempre a me. Possono riguardare anche l’attualità ma solitamente  realizzo le cose che ho in testa.

ACCANTO AL VOLTO DI OBAMA, AGGIUNSE LO SLOGAN “THE HOPE IS THE LAND”: DISSE CHE ERA UN OMAGGIO ALLA POLITICA ECOLOGISTA DEL NEOPRESIDENTE. DALLE SUE PERFORMANCES TRASPARE UN GRANDE INTERESSE PER I TEMI DELL’ECOLOGIA E DEL NUCLEARE. COSA PENSA DELLA POLITICA E DEL “FENOMENO” GRILLO?

Beppe Grillo lo conosco. Penso abbia idee sensate, però vorrei giudicare alla fine. Avere buone intenzioni è un conto, fare le cose è un altro conto. Il problema, Grillo a parte, è che oggi non c’è cultura del Fare. Nessuno si prende le responsabilità di fare e così si parla per parlare, parlare. Ogni tanto mi invitano a delle conferenze dove ascolto soltanto complesse costruzioni sofistiche in cui il pensiero diventa una verità. Il vero e il falso, in questo modo, si confondono in un turbine e da questa confusione non può che nascere l’immobilismo. E’ qui che nasce lo stop al fare. Essere indeciso ti porta via il tempo e il tempo è prezioso. Se uno sta lì a pensare se andare a destra o a sinistra, va a sbattere contro un platano. Bisogna prendersi la responsabilità di prendere una strada. La de-responsabilizzazione odierna è inquietante e sotto gli occhi di tutti. E’ sempre colpa di qualcun altro e invece bisogna tornare a “metterci la faccia”. Il clamore si concentra attorno a cose come le Primarie del PD e del PDL. Avverto una sensazione forte: la politica non sta più con la gente. I politici giocano al loro gioco senza il contatto diretto con le persone, è questa la vera tragedia. La Rivoluzione francese nacque da questo: la nobiltà non si rendeva conto che il popolo non mangiava.

L’installazione sul nucleare l’ho fatta alla vigilia del referendum dopo il dramma di Fukushima. Se un paese come l’Italia, che è già sovrapopolato, accoglie pure il nucleare, dobbiamo abituarci a vivere “con le bombe sotto il letto”. Ho scelto di schierarmi dalla parte del No al nucleare. Possiamo trovare altre strategie: c’è il vento, ci sono i fiumi… il Po, l’Adige potrebbero dare energie a costo zero. Ma non ci sono grossi interessi in ballo, quindi nessuno vuole prendere sul serio un discorso del genere. Non mi piace parlare di politica, non ho una gran stima della classe dirigente, ma non ne farei nemmeno una questione politica. E’ una questione di intelligenza etica e morale. Non bisogna sprecare e distruggere, bisogna riutilizzare, cercare di riciclare quello che utilizziamo.

IN UN MOMENTO STORICO DOVE MOLTI SUOI COLLEGHI ARTISTI SI CONVERTONO AL DIGITALE, LEI SCEGLIE LA TERRA, LA NATURA, LE RADICI. PERCHE’?

La mia arte è ecologica. Le mie opere durano l’arco di poche ore, spesso il lasso di un pomeriggio. Attendo che il grano e il granturco siano tagliati per dar vita alle mie performances I miei lavori possono durare anche il lasso di un pomeriggio e quando le rimuovo, lascio la terra ancora più fertile di prima. E’ giusto che le mie performances spariscano subito. L’arte è immediatezza, è un attimo. Come la vita, come fare l’amore. 

GUARDANDO LE SUE OPERE, VIENE QUASI ISTANTANEO PENSARE AI FAMOSI “CERCHI NEL GRANO” CHE QUALCHE TEMPO FA SOLLEVARONO UN POLVERONE. COSA PENSA DARIO GAMBARIN DI QUELLA “BUFALA”?

Non mi voglio tirar dietro chi fa i Crop Circles. Loro secondo me hanno chi li sovvenziona. Io sono uno indipendente e intendo restare tale. Una cosa è certa: quei messaggi non sono opera degli ufo [ride ndr]. Sono troppo perfetti. E’ evidente che sono creati utilizzando strumenti quali laser e gps. Sicuramente sono lavori più perfetti delle mie opere. Loro sono dei tecnici, io invece uso solo la mia immaginazione come linea guida. A me non interessa quest’aspetto. E poi il mio lavoro è ad impatto zero e ci tengo a ricordarlo. Io intervengo sul terreno quando non c’è più raccolto e i solchi che scavo aiutano la fertilità del terreno. Chi fa i crop circles, invece, spezza il grano e questo ha le sue nefaste conseguenze sul raccolto diminuendo fortemente la produttività.

FONTE: COPYISTERIA.ALTERVISTA.ORG

 

 

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