CINEMA. L’intervista all’autore del backstage molisano di Sole a Catinelle

E’ aiuto-regia di produzioni televisive importanti, ha firmato numerosi corti oltre che il backstage molisano del film record d’incassi in Italia quest’anno. Lui si chiama Simone Zeoli e per sua stessa ammissione è uno che ama il cinema soprattutto quando racconta belle storie.
Ciao Simone. E’ possibile raccontare una storia all’interno di un backstage? In altri termini, quanto c’è di Simone- regista nella realizzazione di questo importante Dietro le quinte?
Zalone in Molise
Una domanda molto complessa, alla quale rispondere richiede impegno. Secondo me i backstage non sono fatti per raccontare storie. Un backstage, come ben sai, è ancorato all’estemporaneità del tempo e dello spazio nel quale ti muovi per effettuare le riprese. Non puoi chiedere ai protagonisti del backstage, che spesso sono le persone “dietro le quinte” del film vero e proprio, di recitare per te. E, soprattutto, non puoi rigirare nulla. D’altra parte sono fortemente convinto che ogni immagine, anche statica, sia una storia. Un backstage può anche raccontare una storia. Non è però il mio caso, né vorrei che lo fosse.
Oltretutto, la riuscita di un “dietro le quinte” è legata al lavoro di montaggio che si fa successivamente. Nel backstage c’è molto di mio, in quanto regista, perché ho preferito concentrarmi sull’aspetto estetico più che narrativo, creando cioè un connubio tra le immagini, cercando di renderle più attrattive possibili e il “documento” che un backstage rappresenta, cioè la testimonianza di un lavoro svolto da altri in un dato tempo e spazio. Per questo devo ringraziare anche Roberto Faccenda, che è stato un valido montatore e soprattutto un operatore bravissimo. Il mio unico interesse per questo backstage era di soddisfare tre esigenze che sentivo mie: intrattenere, mostrare il lavoro del cinema e, infine, far sapere che nel Molise è possibile fare cinema, grazie ai suoi luoghi e alle interviste agli addetti ai lavori. Posso affermare di aver centrato il secondo e il terzo punto, ma per il primo non spetta a me: tocca agli spettatori dirci se è noioso o meno.
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Tutt’Italia ha visto Sole a catinelle con Checco Zalone. Tu come giudichi il film?
A cosa attribuisci l’exploit dell’accoppiata Nunziante/ Zalone e della comicità grottesca di Luca Medici?
Sarei molto indelicato nel giudicare un film nel quale hanno lavorato alcuni amici e del quale ho avuto la fortuna di fare un backstage. Da addetto ai lavori lo riterrei anche un conflitto di interesse, quindi a costo di sembrarti maleducato glisso, magari goffamente, sulla risposta da darti.
Ho sempre pensato che il giudice naturale sia il pubblico pagante, chi cioè esce di casa, va al cinema, paga il biglietto e concede due o tre ore di fiducia agli artisti che hanno realizzato il film. Altra cosa sono gli incassi.
Per quanto riguarda il successo, penso sia dovuto principalmente alla freschezza della comunicazione comica adottata da Luca Medici. Nella costruzione del personaggio di Checco Zalone c’è un lavoro di rinnovamento dell’italiano medio, figlio cioè di un nuovo corso storico, quello che dagli anni Novanta è arrivato al secondo decennio del Terzo Millennio. L’Italia, probabilmente per colpa di un’arretratezza cronica della televisione, polarizzata fino a poco tempo fa su due grandi gruppi, di cui uno pubblico, risente maggiormente di quell’edonismo che ha contraddistinto gli anni Ottanta, che hanno poi portato la televisione nostrana a celebrare nemmeno più l’italiano “medio” di Alberto Sordi, ma a esaltare, addirittura, l’italiano fieramente ignorante e superficiale che Checco Zalone porta al cinema e in teatro. Da noi la competizione per l’auditel si è giocata sulla corsa al ribasso e non sulla specificità dell’offerta. Il cinema ha smesso da tempo di essere comparto a sé: è l’estensione dell’intrattenimento casalingo, scelto di volta in volta per esigenze specifiche, come una migliore visione del grande blockbuster o un rito collettivo di comicità. In un Paese nel quale l’auditel valuta non chi guarda un programma, come fanno negli Stati Uniti, ma le quantità dei grandi numeri, non c’è alcuna sorpresa che le televisioni abbiano lasciato da parte le velleità artistiche e che negli anni Novanta e primi Duemila abbiano dominato al box office i cinepanettoni, ora (quasi) superati.
Nunziante e Zalone sono stati bravissimi nell’interpretare questo cambiamento e nel portarlo su grande schermo. Un mio pensiero personale è che reputo Zalone devastante, in senso buono, nel cabaret, dove può colpire con troncature di parole e di gesti. Forse al cinema, questa formula, non può avere una vita infinita, ma ovviamente auguro successo ai loro prossimi lavori, perché se il cinema ha successo, è un bene per tutti, anche per chi si dedica a film diversi.
ENJOY…
Lasciando da parte le critiche un po’ patetiche di alcuni “integralisti” senza ironia che accusano la pellicola di prendersi gioco del Molise, io credo che al contrario la regione dove le vecchiette sborsano a malincuore 4 euro per la bolletta della luce esca piuttosto bene da “Sole a catinelle”: una bellezza naturale ritratta e fotografata con la giusta dose di amore oltre che, ovviamente, attraverso la lente distorta della satira. Quanto siamo distanti da un roadmovie puro ambientato in Molise e distribuito nel circuito che conta?
 
Le critiche di alcuni “integralisti”, come li definisci, le derubricherei alla voce “tipico provincialismo italiano”. Nei soliti toni divertiti e politicamente scorretti che non risparmiano nessuno: ricchi, poveri, nord, centro e sud Italia. Secondo me il film ha raccontato una realtà vera, cioè quella molisana dei paesini più isolati con qualche manciata di abitanti e pure in età avanzata. Detto questo, tuttavia, se ci si sofferma sulle immagini e si va oltre i dialoghi e affermazioni del personaggio principale nel film, si noterà che il Molise è stato trattato molto bene da una fotografia bellissima che mette in risalto ambienti e paesaggi di cui sicuramente possiamo vantarci, una delle poche cose insieme al cibo e alla nostra ospitalità, in giro per il mondo.
Siamo però distanti da un road movie ambientato in Molise.
 
Molisecinema punta a fare un film sul Molise. Se fosse Simone Zeoli il regista di quel film, che tipo di pellicola vedremmo?
Se toccasse a me l’onore, mi concentrerei sul raccontare una storia di emigrazione e ritorno, perché non esiste famiglia molisana che non abbia un emigrato, momentaneo o definitivo, al suo interno. Cercherei di afferrare cioè quell’effetto di straniamento che si prova nel dover emigrare e cercare poi di tornare. Il contrasto cioè tra una forza attrattiva e la repulsione spontanea. La forza attrattiva non è solo la famiglia, ma è frutto di secoli di isolamento del territorio, un territorio bellissimo, e delle sue usanze. Un molisano fuori è sempre uno “stranger in strange land”, come dicono gli anglofoni, cioè uno straniero in terra straniera. Allo stesso tempo c’è una repulsione che nasce spontanea quando ci si trova di fronte l’immobilismo e l’incapacità di offrire opportunità della propria terra. Ecco, racconterei, magari proprio con un road movie, la riscoperta del Molise.
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